martedì 20 aprile 2010

Perchè faccio il tifo per il vulcano


di MASSIMO FINI, pubblicato su 'Il Fatto Quotidiano'

Io faccio il tifo per il vulcano islandese Eyjafjallajökull .
È bene che ogni tanto la Natura, indifferente, imparziale e moralmente amorale, ricordi all’uomo, che nella sua demenziale ubris, sta diventando la bestia più stupida del Creato, non è il padrone del mondo.

Il vulcano islandese esplose già, con la stessa violenza, due secoli fa ma nessuno se ne accorse tranne i pochi abitanti di quelle terre lontane, mentre oggi sta mandando in tilt l’intero pianeta.
Due secoli fa gli aeroplani non esistevano.
Ma non è solo una questione puramente tecnologica.

Già nel primo secolo a. C. il filosofo greco Posidonio sapeva che qualsiasi accadimento in qualsiasi parte dell’universo influisce su qualche altra cosa nell’universo.
Quella che era un’intuizione concettuale noi moderni l’abbiamo fatta diventare una realtà concreta.
Abbiamo creato un sistema talmente complesso, integrato e universale che qualsiasi fatto negativo in qualsiasi parte del mondo lo inceppa.
E questo vale non solo per gli accadimenti imparziali della Natura ma anche, e forse soprattutto, per quanto noi stessi facciamo.

La Grecia è in crisi? Solo una cinquantina di anni fa la cosa avrebbe riguardato solo i greci e, dato che non sono quelli antichi, ma quelli di oggi, stupidi come tutti gli uomini di oggi, avremmo potuto fregarcene.
Invece se crolla la Grecia crolla economicamente l’Unione europea e, di lì a poco, l’economia mondiale, almeno quella del mondo industrializzato e di quello che, a calci in culo e magari con l’aiuto di qualche “bomba blu”, stiamo spingendo a forza sulla “via dello Sviluppo”.

Siamo stati così cretini, e avidi, noi occidentali, la “cultura superiore”, da voler piegare il mondo intero, o quasi, a un unico modello per cui se per caso, per fatto di natura o altro, questo si inceppa o si dimostra sbagliato non abbiamo vie di fuga.
Qualsiasi macchina, appena un po’ sofisticata, ha almeno due motori, se se ne rompe uno si va con l’altro.

Noi abbiamo un solo motore, abbiamo omologato il pianeta a un’unica dimensione, ad un unico sistema, ad un unico modello.
Che è sbagliato “in reipsa” perché si basa sulle crescite esponenziali, che esistono in matematica, non in natura.
Verrà il giorno, non più tanto lontano, in cui questo sistema imploderà su se stesso
.

Basterà che uno spillo cada in Giappone. Si salveranno solo quei pochi popoli che ne sono rimasti fuori. Gli indigeni delle isole Andemane che, pur essendo i più vicini, dopo Sumatra, all’epicentro dello Tsunami, non hanno avuto né un morto né un ferito.

Perché non hanno mai accettato di contaminarsi con lo “Sviluppo” e invece di affidarsi a ottusi strumenti tecnologici sanno ancora guardare il mare con occhio umano, ascoltarlo con orecchie umane, sentirlo con cuore umano.
Forza Eyjafjallajökull .

MASSIMO FINI
www.ilribelle.com

venerdì 16 aprile 2010

UMANISMO o ROBOTISMO? Il Dogma della Chincaglieria


Posto un interessante articolo di BRUCE E. LEVINE,psicologo clinico e l’autore di "Surviving America's Depression Epidemic: How to Find Morale, Energy, and Community in a World Gone Crazy" (‘Sopravvivere all’epidemia di depressione dell’America: Come trovare l’etica, l’energia e la comunità in un mondo impazzito’), Chelsea Green Publishing, 2007.

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di ORIANA BONAN

In un negozio Ikea gigante in Arabia Saudita, nel 2004 tre persone sono state uccise da una mandria di clienti in lotta per accaparrarsi un buono sconto da 150 dollari (seguono altri esempi simili... ndr).
I media tradizionali si sono concentrati sulla ressa di clienti impazziti e, in misura minore, sulla mancanza di senso di responsabilità da parte dei dirigenti che non avevano garantito la sicurezza.
Comunque, nella stampa delle corporation era completamente assente qualsiasi riferimento ad una cultura del consumo e una società folle in cui i responsabili del marketing, i pubblicitari e i mezzi di informazione promuovono il culto della chincaglieria.

Anche i miei colleghi nel settore della salute mentale hanno occultato la follia sociale. Un’eccezione è rappresentata dallo psicoanalista socialdemocratico Erich Fromm (1900-1980). Fromm, in Psicoanalisi della Società Contemporanea (1955 – N.d.T.: il titolo originale dell’opera è, letteralmente, La società sana di mente), scrisse: "Eppure molti psichiatri e psicologi rifiutano di prendere in considerazione l’idea che la società nel suo complesso possa mancare di sanità mentale. Essi sostengono che il problema della sanità mentale in una società si riduca al numero di individui ‘disadattati’ e non in un possibile disadattamento della cultura in sé”.

Gli esseri umani sono – ogni giorno e in molti modi – assaliti da una cultura che psicologicamente, socialmente e spiritualmente: 1) crea crescenti aspettative materiali; 2) toglie valore all’interconnessione tra esseri umani ; 3) adatta le persone alla socialità in modo che siano egocentriche; 4) distrugge l’autonomia, aliena gli individui dalle normali reazioni emotive umane; 5) vende false speranze che creano maggiore sofferenza

Crescenti aspettative materiali.
Spesso queste aspettative finiscono con l’essere insoddisfatte creando sofferenza che, a sua volta, alimenta difficoltà emotive e comportamenti distruttivi.
In uno studio ora classico del 1998 che prendeva in esame i mutamenti nella sanità mentale degli immigrati messicani giunti negli Stati Uniti, Willian Vega, ricercatore nel campo dell’ordine pubblico, scoprì che, tra tali immigrati, l’assimilazione alla società statunitense comportava un tasso tre volte maggiore di episodi depressivi.
Molti di questi immigrati soffrivano per le maggiori aspettative materiali che non venivano soddisfatte e riferivano, inoltre, di patire per il ridotto sostegno sociale.

La valutazione dell’interconnessione umana.
Uno studio del 2006 pubblicato su American Sociological Review ha sottolineato che la percentuale di Americani che riferiva di non avere neppure un amico intimo con cui confidarsi è aumentata, negli ultimi 20 anni, dal 10% a quasi il 25.
L’isolamento sociale è altamente correlato a depressione e altri problemi emotivi
La crescente solitudine, comunque, è una buona notizia per un’economia del consumo che prospera sul numero crescente di “unità di acquisto”: più persone sole vuol dire vendere più televisori, più DVD, più psicofarmaci ecc.

La promozione dell’egoismo.
L’essere presi da se stessi è una delle molte cause dei tassi stellari di depressione e altre difficoltà emotive riscontrati negli U.S.A., ed è esattamente ciò che una cultura del consumo esige. Duemilacinquecento anni fa, il Buddha aveva riconosciuto il rapporto esistente tra appetizione egoistica e difficoltà emotive, e molti studiosi dell’essere umano, da Spinoza a Erich Fromm, sono giunti a conclusioni simili.

La distruzione dell’autonomia.
La perdita di autonomia può creare un penoso stato di ansietà che alimenta depressione ed altri comportamenti problematici.
Nella società moderna, un numero crescente di persone — sia donne che uomini — non è capace di prepararsi un semplice pasto.
Queste persone non conosceranno mai gli effetti ansiolitici dell’essere sicuri delle proprie capacità di cucinare, coltivare le verdure, cacciare, pescare o raccogliere cibo per sopravvivere. In una società del consumo, una tale autonomia non ha alcun senso. Ad un qualche livello, la gente sa che se dovesse perdere il proprio reddito – cosa non impossibile di questi tempi – non avrebbe le capacità per sopravvivere.

L’alienazione dall’umanità.
I sacerdoti della cultura del consumo — pubblicitari ed esperti di marketing — sanno che i consumatori fondamentalisti comprano di più se sono alienati dalle reazioni normali come la noia, la frustrazione, la tristezza e l’ansia.
Se questi sacerdoti riescono a convincerci che un certo stato emotivo è un motivo di vergogna o il sintomo di una malattia, allora avremo più probabilità di comprare non solo psicofarmici, ma anche ogni genere di prodotto che ci faccia sentire meglio. Quando ci spaventiamo e alieniamo da una naturale reazione umana, questa “sofferenza sopra la sofferenza” genera ulteriore carburante per depressione ed altri comportamenti autodistruttivi ed azioni dannose.

La sofferenza delle false speranze.
Le false speranze del consumismo fondamentalista risiedono nella scoperta, un giorno, di un prodotto che possa manipolare l’umore in maniera prevedibile senza alcuna ripercussione negativa.
La moderna psichiatria è un membro a pieno titolo della cultura del consumo.
Il suo "Sacro Graal" è la ricerca dell’antidepressivo capace di rimuovere il dolore della disperazione senza distruggere la vita.
Alla fine del XIX secolo, Freud credeva di averlo trovato nella cocaina.
Alla metà del XX secolo, gli psichiatri pensavano di averlo trovato nelle anfetamine e, successivamente, negli antidepressivi triciclici come il Tofranil e l’Elavil. Alla fine del XX secolo, ci sono stati gli SSRI (inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina), come il Prozac, il Paxil, e lo Zoloft, di cui però si scoprì la tendenza a creare dipendenza e dolorose crisi di astinenza, oltre ad un’efficacia non superiore a quella del placebo.
Ogni farmaco antidepressivo, non importa quale, viene presentato come capace di eliminare la depressione senza distruggere la vita.
Ma, ogni volta, si scopre che quando si armeggia con i neurotrasmettitori, si arreca un danno alla vita, proprio come con l’elettroshock e la psicochirurgia.

Le manovre fondamentali del consumismo -

1. Convincere le persone che se non comprano l’ultimo prodotto figo non valgono niente.“Stai guardando questo programma su una vecchia TV da pochi soldi?
Solo gli impianti digitali offrono la chiarezza di immagine e suono necessari a distruggere la tua immaginazione!”.

2. Distruggere i sindacati in modo che i salari ristagnino e scendano.

3. Elargire credito facile a fiumi.

4. Quando tutto va in pezzi, dare la colpa alla debolezza di carattere.

I fondamentalisti rifiutano tanto la ragione quanto l’esperienza.
I fondamentalisti sono attaccati a un dogma e, se il loro dogma fallisce, non si danno per vinti.
Al contrario, decidono di intensificare la propria fede e rafforzare il proprio dogma.
Cinquantaquattro anni fa, Erich Fromm concluse: "L’uomo [sic] oggi deve affrontare la scelta più fondamentale; non quella tra Capitalismo e Comunismo, ma quella tra robotismo (tanto del tipo capitalista quanto del tipo comunista) e Sistema Umanistico Comunitario.

La maggior parte dei fatti sembra indicare che optando per il robotismo , a lungo termine,si va verso follia e distruzione.
Ma la forza di tutti questi fatti non è sufficiente per distruggere la fede nella ragione, nella buona volontà e nella sanità mentale dell’uomo.
Fino a quando saremo in grado di concepire delle alternative, non saremo perduti".

Liberarsi dal consumismo fondamentalista significa concepire delle alternative e comporta anche una sfida attiva: scegliere di sperimentare le diverse dimensioni della vita che sono state escluse dal dogma.

martedì 13 aprile 2010

Gli occhi "scomodi" di GINO STRADA


E'notizia di questi giorni la drammatica vicenda dei 3 operatori umanitari di EMERGENCY arrestati in Afghanistan. Al di là delle mille ricostruzioni fatte da capi di governo, ministri, ambasciatori e giornali vari, siamo di fronte a un chiaro attacco pianificato contro l'ONG di GINO STRADA.

La motivazione è il tentativo da parte delle potenze occidentali occupanti di screditare e impedire di operare ad un testimone diretto dei massacri e delle stragi perpetrati dalla guerra (e non "missione di pace"!!!)condotta dalla coalizione bellica guidata dagli USA.

Il blitz , l’arresto dei medici e degli operatori con accuse assurde, e l’occupazione della struttura ospedaliera a Lashkar Gah avviene a due mesi dall’inizio dell’operazione “Moshtarak” – la più grande dall’invasione del 2001. Un’offensiva militare condotta da 15.000 militari Isaf insieme a forze dell’esercito del governo afgano, a Marjah nel sud dell’Afghanistan.

Fin dai primi giorni dell’azione di guerra trapelano notizie di profughi fuggiti dai bombardamenti e di morti tra i civili.

Emergency denuncia il ruolo delle truppe statunitensi che impediscono alla Croce Rossa l’evacuazione e il soccorso dei civili feriti a Marjah attraverso il corridoio umanitario, e parlano di crimini di guerra riferendosi al recente premio Nobel per la pace Obama.

All’improvviso e a sorpresa alla fine di marzo il presidente USA arriva a Kabul per ascoltare dal generale McChrystal un “rapporto sul campo” sull’andamento del conflitto e per ringraziare le truppe per il lavoro svolto, sicuro- afferma Obama – di chiudere con successo la missione militare.

Quindici giorni dopo c’è l’attacco ad Emergency. Sicuramente una coincidenza.
A tal proposito, propongo un ottimo articolo del giornalista
MASSIMO FINI.

Sarà difficile sapere presto la verità sull'arresto, operato dalla polizia afgana coadiuvata da soldati britannici, dei nove operatori di Emergency, fra cui tre italiani, nell'ospedale di Lashkar Gah, con l'accusa di star preparando un attentato contro il governatore locale Gulabbudin Mangal.
E, forse, non la si saprà mai. Perché anche su eventuali confessioni uscite da un carcere afgano, controllato formalmente dai servizi segreti locali (National Directorate of Security Nds) ma nella sostanza da quelli americani e inglesi, c'è poco da far conto, visto il trattamento riservato ai "terroristi" ad Abu Ghraib e Guantanamo.

Quel che è certo è che Emergency è stata sempre vista con molta ostilità dalle truppe Nato da quando hanno occupato l'Afghanistan.
Perché Emergency operò durante il periodo del governo talebano e, a parte qualche disputa sulla rigida separazione dei reparti maschili e femminili, poté farlo tranquillamente perché i Talebani ci tenevano, forse più delle forze Isaf-Nato, che ci fossero degli ospedali funzionanti. Emergency ha quindi sempre avuto buoni rapporti con i Talebani.

La liberazione dell'inviato di Repubblica Daniele Mastrogiacomo sequestrato dagli uomini del feroce comandante Dadullah, e che ci avrebbe quindi lasciato sicuramente la pelle perché Dadullah non faceva sconti a nessuno, fu dovuta all'intermediazione personale di Gino Strada che riuscì a far arrivare un messaggio al Mullah Omar che ne ordinò il rilascio. In seguito Omar, che non approvava per nulla i metodi troppo spicci di Dadullah che coinvolgevano civili (lo aveva già degradato o espulso tre volte dal movimento, in particolare per una strage di Hazara avvenuta quando il Mullah era al governo) fece in modo di lasciarlo allo scoperto.
E Dadullah fu poco dopo ucciso dalle forze Nato.

Nella provincia di Helmand gli uomini di Emergency possono girare tranquillamente, mentre il governatore Mangal, un fantoccio degli angloamericani, è costretto a muoversi in quella che formalmente è la sua provincia protetto da elicotteri, blindati, scorte armate fino ai denti composte più che da poliziotti afgani da militari britannici.

Ma, forse, la goccia che ha fatto traboccare il vaso è quanto avvenuto una mese fa nell'assedio della cittadina di Mariah all'interno della grande offensiva lanciata dal generale Stanley Mc Crystal nell'Helmand.
A Mariah esiste un piccolo presidio della Croce Rossa internazionale, una specie di osservatorio, un centro di raccolta di primo soccorso, ma non un ospedale attrezzato, con sale operatorie e tutto quanto occorre.
Nel presidio erano stati ricoverati una cinquantina di feriti e di moribondi che in nessun modo potevano essere curati lì. La Croce Rossa chiese l'apertura di un "corridoio umanitario" che potesse superare i posti di blocco organizzati tutt'intorno a Mariah per poter trasportare i feriti negli ospedali più vicini e in particolare in quello di Emergency di Lashkar Gah che era il più vicino.
I comandi Nato si opposero affermando che fra i feriti «potevano esserci anche dei talebani» (conferma indiretta, tra l'altro, che l'offensiva Nato, nonostante tutte le premesse e le promesse di Mc Crystal, si era risolta nella consueta strage di civili). Ora neanche nelle più feroci guerre moderne, neanche nella seconda guerra mondiale, si è mai venuti meno alla regola, stabilita dalla Convenzione di Ginevra, che i feriti dei nemici vanno curati.
Emergency fu in prima linea nel denunciare questo inaudito comportamento.

Adesso siamo alle porte dell'altra grande offensiva che la Nato vuol lanciare contro la città di Kandharar, storica roccaforte del movimento talebano afgano (il Mullah Omar è nato in un villaggio vicino). E non credo che Gino Strada sia molto lontano dalla verità quando dice che si vuole togliere di mezzo Emergency, o privarla di credibilità, come testimone scomodo, in modo che i bombardieri americani, i Dardo e i Predator, aerei senza pilota né equipaggio, ma armati di missili micidiali possano agire indisturbati (intanto ieri, preannuncio della prossima offensiva, i soldati Nato hanno ucciso a Kandahar quattro civili a un posto di blocco).


È chiaro che il governatore Mangal, un quidam qualsiasi, non si sarebbe permesso di arrestare tre operatori italiani senza l'avallo non tanto di Karzai (che tratta da mesi con il Mullah Omar e che recentemente ha dichiarato testualmente in una conferenza stampa «gli americani alimentano il conflitto fra afgani per poter avere il pretesto per continuare ad occupare il Paese, se continua così mi alleerò con i Talebani») ma dei comandi statunitensi.

E il nostro ministro degli Esteri Franco Frattini dovrebbe riflettere seriamente sui reali rapporti fra noi e gli alleati anglosassoni, invece di rilasciare dichiarazioni vergognose (un ministro degli Esteri ha innanzitutto il dovere di difendere i propri connazionali, poi si vedrà) accusando Gino Strada di «aver fatto dichiarazioni politiche».
Fino a prova contraria, nonostante il Berlusconi imperans, gli italiani, nel nostro Paese e all'estero, hanno ancora diritto di parola e di manifestazione del proprio pensiero. Anche se sono dei medici, come Gino Strada.

MASSIMO FINI
www.ilribelle.com

martedì 6 aprile 2010

DECRESCITA: oggi piacerebbe anche a MARX

Cosa hanno in comune Marx e la decrescita? Sicuramente l'anticapitalismo. Sebbene non scorra buon sangue tra i seguaci delle rispettive ideologie, i punti in comune sono davvero tanti. Anche perché, al giorno d'oggi, la decrescita rappresenta l’unica prospettiva plausibile per contrastare il capitalismo nei paesi occidentali.

(Marino Badiale e Massimo Bontempelli, estratti da “Marx e la decrescita”, www.megachip.info)
Articolo tratto da www.libreidee.org

Solo dall’incontro fra il pensiero di Marx e decrescita può nascere un anticapitalismo che sia capace di confrontarsi, sul piano teorico e politico, con la realtà del capitalismo attuale

E’ noto che, in genere, fra coloro che continuano a ricavare ispirazione dal pensiero di Marx e coloro che in tempi recenti hanno iniziato a teorizzare la decrescita non corrono buoni rapporti.
I primi tendono a vedere la decrescita, nel migliore dei casi, come un’aspirazione soggettiva di natura socialmente ambigua, mentre i “decrescisti” vedono nel pensiero di Marx nient’altro che una versione “di sinistra” dell’idolatria dello sviluppo che oggi domina il mondo e contro cui intendono combattere.
Giudichiamo questa contrapposizione del tutto negativa.

Da una parte, oggi ogni teoria ispirata a Marx ha bisogno della decrescita perché essa rappresenta l’unica formulazione possibile di un anticapitalismo adeguato alla realtà del capitalismo attuale; dall’altra, la decrescita ha bisogno del pensiero di Marx perché in esso si trovano alcuni fondamenti teorici indispensabili per l’elaborazione di una proposta teorica e politica adeguata ai problemi che la decrescita stessa individua.
Solo dall’incontro fra il pensiero di Marx e decrescita può nascere un anticapitalismo che sia capace di confrontarsi, sul piano teorico e politico, con la realtà del capitalismo attuale.


La nascita di una tale forma di anticapitalismo è ormai una necessità stringente.
La dinamica dell’attuale fase capitalistica sta infatti spingendo il mondo verso un baratro spaventoso, ma la percezione sempre più diffusa, anche se in maniere ancora indefinite, di una tale tendenza, non riesce ancora a tradursi in un movimento politico in grado di incidere davvero sulla realtà.
Noi crediamo che l’incontro fra il pensiero di Marx e la decrescita sia una precondizione perché si possano combattere con efficacia le dinamiche mortifere del mondo attuale.

Il punto fondamentale da cui partire per comprendere la nozione di decrescita è la distinzione fra beni d’uso da una parte e merci dall’altra.
“Merce” non è sinonimo di bene o servizio, ma è un bene o servizio prodotto per il mercato in vista di un profitto e dotato quindi di un prezzo.
Non c’è sul piano teorico alcun rapporto necessario tra aumento quantitativo delle merci, diffusione del benessere e progresso delle conoscenze.

Per un lungo periodo storico, fino a tutti gli anni Sessanta del secolo scorso, l’allargamento della scala di produzione di merci, pur con tanti risvolti negativi, è stato effettivamente associato, in un quadro storico complessivo, alla diffusione del benessere economico, all’ampliamento della libertà individuale, all’avanzamento dei costumi e delle conoscenze.

A partire dagli anni Settanta del secolo scorso, però, l’ulteriore aumento quantitativo dei beni prodotti per il mercato è stato sempre più correlato, non accidentalmente (come mostra una vasta letteratura economica e sociologica), alla crescita delle diseguaglianze sociali, alla riduzione delle risorse destinate alla protezione sociale, a minori diritti del lavoro dipendente, alla diminuzione del tempo libero dal lavoro, allo sviluppo di processi di de-emancipazione e di marginalizzazione, cioè a indicatori precisi di un diminuito benessere della maggioranza della popolazione e di una minore libertà individuale.

Un altro punto da comprendere riguardo alla decrescita è che essa, proprio perché riguarda le merci e l’incorporazione di energia e materie prime nei prodotti, non i beni ed i servizi in quanto tali, non è affatto un progetto francescano di rinuncia alla ricchezza economica (o almeno non lo è nell’idea a cui qui si fa riferimento, ad esempio di Latouche o Pallante; certamente ci sono idee non condivisibili di decrescita, come al tempo di Marx c’erano idee non condivisibili di comunismo o socialismo).
E’ un rifiuto dello sviluppo capitalisticamente inteso, cioè dell’unica nozione di sviluppo oggi diffusa e compresa, che schiaccia quanti non vogliono accettare investimenti economici che devastano il territorio.
Ed è una presa d’atto delle necessità non di fruire di meno beni, ma di consumare meno merci, e soprattutto meno energia e meno territorio.

Una disponibilità accresciuta di beni e servizi può essere realizzata anche in un contesto non di sviluppo, ma di decrescita.
Un esempio: immaginiamo che il nostro sistema sanitario cominci a svolgere una seria attività di prevenzione ecologica delle patologie mediche, e, con un’immaginazione ancor più sganciata dalla realtà attuale, che il nostro sistema politico e amministrativo produca e faccia rispettare leggi che riducano drasticamente i rischi di infortuni sul lavoro e di contatto nell’ambiente con sostanze patogene.
In una tale situazione il cittadino fruirebbe di migliori servizi sanitari e potrebbe maggiormente disporre di quei beni preziosi che sono cure mediche attente alle persone e basate su buone informazioni ambientali, nel quadro non di uno sviluppo, ma di una decrescita dell’economia.

In Italia uno dei modi in cui si manifesta la nocività dello sviluppo è quello di progetti economici che tendono a invadere e distruggere il territorio con strutture e opere di vario tipo.
Le nuove strutture devono invadere la vita quotidiana degli abitanti del territorio, sconvolgendola. Il punto cruciale sta però nel fatto che essa va nella direzione della critica dello sviluppo, anche se i suoi attori possono non averne coscienza. La prospettiva della critica dello sviluppo è l’unica che renda coerenti queste lotte, dando ad esse un valore e un respiro generali.

E’ infatti del tutto chiaro che un sistema economico votato all’espansione senza limiti non è compatibile con la finitezza dell’ambiente naturale.
La tendenza all’accumulazione illimitata non devasta solo la natura, ma la stessa società umana
.
Essa conduce infatti, alla fine, all’estensione del rapporto sociale capitalistico a tutti gli ambiti della società, anche a quelli la cui logica di funzionamento è del tutto incompatibile con esso (la scuola, per esempio).
Arrivato il capitalismo nella fase del capitalismo assoluto, lo sviluppo capitalistico devasta la natura, la società e la psiche, e genera quindi forti resistenze sulle quali radicare una forza anticapitalistica.

L’idea della decrescita è l’idea della graduale sostituzione del consumo di merci con quello di beni e servizi non mercificati, del consumo di beni prodotti intensivamente su larga scala e trasportati da lunghe distanze con quello di beni prodotti su piccola scala e trasportati su brevi distanze, di alti consumi di energia con bassi consumi di energia, della costruzione di nuove opere invasive del territori con il riuso e la manutenzione di opere già esistenti.

La difesa dell’integrità del territorio, attraverso proposte pratiche di decrescita, consente infatti di colpire elementi vitali di accumulazione del plusvalore (per esempio: sviluppo degli affari attraverso le cosiddette grandi opere, le grandi reti di distribuzione dell’energia, le grandi arterie di trasporto, lo smaltimento dei rifiuti) connettendo questa lotta contro l’accumulazione di plusvalore alla tutela delle condizioni materiali di vita degli insediamenti abitativi, e facendone la leva per nuove forme di redistribuzione della ricchezza collettiva a vantaggio dei ceti subalterni.
La difesa dell’integrità del territorio consente inoltre di colpire l’attuale intreccio affaristico-corruttivo tra ceti politici e imprese capitalistiche che ruota attorno alle rendite ricavabili dal consumo del territorio.

La decrescita coincide quindi con la distruzione del modo di produzione capitalistico
. La proposta della decrescita è quindi la proposta di un agire politico anticapitalistico adeguato alle forme in cui oggi si manifestano le contraddizioni capitalistiche.

Liberando l’anticapitalismo dalla ricerca di un Soggetto Sociale Rivoluzionario (la classe operaia, o i suoi succedanei come gli emarginati o gli immigrati) che faccia da garante metafisico del buon esito dell’impresa rivoluzionaria, la decrescita permette di guardare la realtà concreta alla ricerca delle contraddizioni reali che l’attuale fase di sviluppo del capitalismo genera: la degradazione dell’ambiente della vita comune, lo sconvolgimento continuo del territorio, l’invivibilità delle città, la lenta cancellazione di ogni forma di servizio sociale, l’insicurezza su tutti gli aspetti fondamentali della vita, tutto ciò si traduce in un continuo peggioramento della vita che genera tensioni e scontri.

Se l’anticapitalismo che si ispira a Marx facesse propria la proposta della decrescita potrebbe intercettare questo crescente disagio sociale, uscendo così dal vicolo cieco in cui si è cacciato inseguendo un inesistente Soggetto Sociale Rivoluzionario, e tornando a incidere sulla realtà.
La decrescita rappresenta l’unica prospettiva odierna di lotta anticapitalistica nei paesi occidentali. Quella della decrescita è un’idea-forza perché consente di ottenere una redistribuzione della ricchezza sociale che le lotte salariali non sono più in grado di ottenere.
Infatti lottare contro le grandi opere a favore di una capillare manutenzione del paese significa lottare anche per un aumento dei posti di lavoro necessari a tale manutenzione.

Lottare contro il consumo distruttivo di territorio a favore di un suo uso funzionale ai bisogni delle comunità significa lottare per una politica di estesi servizi pubblici.
Lottare per produzioni non intensive, distribuite a brevi distanze con basso consumo di energia, significa estendere l’area della piccola produzione indipendente.
Ma più posti di lavoro, più erogazione di servizi pubblici, più piccole produzioni indipendenti, significano decrescita dei profitti e redistribuzione della ricchezza sociale in forma non di merci ma di beni e servizi.

sabato 3 aprile 2010

Felicità Sostenibile: la DECRESCITA secondo PALLANTE

E' già nelle libreri la prima “guida” italiana per vivere meglio e uscire dalla crisi come annuncia il sottotitolo del volume. Obiettivo del nuovo libro di MAURIZIO PALLANTE è aiutare i lettori a orientarsi nella crisi, spiegarne le cause e, soprattutto, proporre soluzioni accessibili e alla portata di tutti: singoli, famiglie, governi..

Articolo tratto da www.libreidee.org/
di Giorgio Cattaneo


Come disse Bob Kennedy, il Pil misura qualsiasi cosa, tranne quello che può renderci felici. Ma la felicità può essere sostenibile?
Eccome, risponde Maurizio Pallante: basta rinunciare alla droga (mentale) della crescita, sinonimo di benessere solo apparente, frutto di un equivoco generato dall’ideologia suicida dello sviluppo illimitato, che esaurisce le risorse e inquina il pianeta, mettendone a rischio il futuro e spingendo l’umanità in un vicolo cieco, dove si confondono beni e merci, lavoro e occupazione, e dove il semplice “divertimento” sostituisce la serenità della gioia.

Per uscire da questa crisi globale, socio-economica e ambientale ma anche culturale e antropologica, non bastano più le ricette del passato: serve un nuovo Rinascimento, chiamato Decrescita.

PALLANTE, pioniere dell’ecologismo italiano e fondatore con Tullio Regge del Cure, Comitato per l’uso razionale dell’energia, insieme a Beppe Grillo si batte da anni per affermare in Italia la teoria e la pratica della Decrescita, perseguite dal Movimento per la Decrescita Felice.
“Dobbiamo capire – insiste – che il decremento del Pil non coincide con una diminuzione del benessere: al contrario, anche se può sembrare un’assurdità, l’incremento del nostro benessere, individuale e sociale, deriva proprio dalla decrescita del Pil, che del resto misura soltanto il valore commerciale delle merci, prodotte e scambiate secondo dinamiche economiche insane, alla base dell’attuale crisi planetaria”.

L’aggettivo “felice” si coniuga con la particolare sensibilità intellettuale dei sostenitori della Decrescita italiana, ed è proprio l’idea di felicità – esplicitamente evocata – a contrassegnare, già nel titolo, l’ultimo libro di Maurizio Pallante: La Felicità Sostenibile è un compendio efficace e completo, di taglio agile e divulgativo, per spiegare con estrema chiarezza che Decrescita significa benessere, equilibrio, speranza.
In altre parole, “filosofia e consigli pratici per consumare meno, vivere meglio e uscire dalla crisi”, come annuncia il sottotitolo del volume, da qualche giorno nelle librerie italiane.

Obiettivo del libro: aiutare i lettori a orientarsi nella crisi, spiegarne le cause e, soprattutto, proporre soluzioni accessibili e alla portata di tutti: singoli, famiglie, governi.

“Attanagliati dalla crisi economica e dall’emergenza energetica e ambientale – si domanda Pallante – possiamo sperare in un futuro di benessere e di serenità?”. Certamente, a patto però di invertire la rotta, ribellandoci all’imperativo che ci ha guidati nell’ultimo secolo: la crescita ad ogni costo, misurata con l’aberrante strumento del Pil.
La soluzione?
Un nuovo modello di sviluppo, promosso dalla Decrescita Felice: “Una filosofia concreta, che chiunque – dal singolo cittadino fino al suo governo – può mettere in pratica: decrescere non vuol dire rinunciare a nulla, ma solo tagliare gli sprechi”.


Gli esempi non mancano. “Restare per ore imbottigliati nel traffico fa volare il Pil, ma inquina l’aria e rovina la vita; meglio usare mezzi alternativi, o muoversi meno: si fa calare il Pil, ma si vive meglio”.
Cos’è preferibile?
Consumare cibi provenienti dall’altra parte del pianeta o gustare le primizie dell’orto di casa?
O ancora: meglio passare il sabato in coda al supermercato o condividere rapporti umani, risparmiando denaro e assaggiando prodotti della fattoria grazie all’adesione ad un Gruppo di acquisto solidale?
Tutte pratiche che abbattono il Pil, ma migliorano il bilancio familiare e la vita quotidiana, favorendo l’instaurarsi di relazioni fondate sulla reciprocità e sul dono, anziché sulla competizione.

La Decrescita, avverte Pallante, non è nemica del vero progresso: basti pensare alla portata planetaria, auspicata da Barack Obama, della riconversione industriale in chiave ecologica, promuovendo le nuove tecnologie nel settore edilizio e in quello energetico.
Risultati ancora più spettacolari, in prospettiva, sono immediatamente alla portata di milioni di persone: basta impegnarsi a ridurre trasporti, rifiuti e imballaggi, sperimentare la facilità di alcune forme di auto-produzione (pane, formaggio, detersivi), scoprendo il piacere di nuovi stili di vita che permettono, da subito, di risparmiare denaro, ridurre l’inquinamento e, in definitiva, vivere meglio.

Il nuovo libro di Pallante, autore di numerose opere sulla Decrescita, rappresenta un ulteriore sforzo per comunicare l’elementare verità alla base di questa filosofia: “Perseguendo questi obiettivi, la Decrescita Felice corregge le storture del nostro modello economico e indica la via per un’altra dimensione del benessere”.

Un mondo meno inquinato e una società più umana: “Non è un’utopia, ma una nuova vita. Che possiamo cominciare già da oggi”. Riscoprendo, senza remore, la parola “felicità”. Ingrediente magico, capace di restituire al mondo quello gli è stato tolto: il futuro.

giovedì 1 aprile 2010

DDL INTERCETTAZIONI: questo misterioso sconosciuto


Pubblico un articolo dell'amico RICCARDO HOCH, studente di Giurisprudenza,che ci aiuta a capire meglio l'ormai celeberrimo ddl intercettazioni che a breve il Governo Berlusconi dovrebbe far passare alle camere.
Un disegno di legge, a mio avviso, che se diventasse legge dello Stato rappresenterebbe un colpo mortale alla libertà d'informazione e alla cronaca giudiziaria in particolare.
Di misfatti,reati e malversazioni della classe politica non sapremo niente di niente finchè non inizia il processo. E quindi per anni e anni.
Politici e non andranno in galera e noi non sapremmo perchè.
L'ennesimo caso in cui si guarda il dito e non la luna: il problema non è la disposizione di intercettazioni quando servono ma regolamentare la pubblicazione dei loro contenuti, quando non hanno rilevanza penale
.

















Ogni cittadino italiano che ha coscienza di essere tale sicuramente si sarà chiesto cosa sia questo nuovo disegno di legge riguardante le intercettazioni.
Innazitutto è necessario definire il concetto d’intercettazione, e il suo reale scopo nell’ordinamento giuridico.
Le intercettazioni di conversazioni o comunicazioni rappresentano un mezzo di ricerca della prova particolarmente incisivo, che determina però una grave limitazione del diritto alla libertà e alla segretezza di ogni forma di comunicazione, garantito come inviolabile dall'art. 15 Cost.
L’art. 267 c.p.p. stabilisce che le intercettazioni debbano essere previamente autorizzate con decreto motivato del giudice. Solo in casi di assoluta urgenza possono essere disposte con decreto motivato del pubblico ministero, soggetto peraltro a motivata convalida da parte del giudice entro il termine di quarantotto ore.
L'evidente intento del legislatore, quindi, è di imporre un preventivo accertamento di serietà delle esigenze investigative che legittimano l'intrusione dell'autorità giudiziaria nella sfera dei diritti inviolabili di un cittadino che può essere anche del tutto estraneo al reato per il quale si procede.

Sino ad oggi la materia non era però seriamente regolamentata: spesso si abusava di queste misure preventive, e le intercettazioni riguardanti conversazioni strettamente personali, che nulla avevano a che fare con una fattispecie di reato, finivano sulle riviste scandalistiche di mezza Europa.
Con questo nuovo DDL scatta il divieto di pubblicazione (neppure parziale), per le intercettazioni, anche quelle non più coperte da segreto, fino alla conclusione delle indagini preliminari. Sarà vietato, pure, pubblicare le richieste e le ordinanze emesse in materia di misure cautelari, almeno fino a quando l’indagato (o il suo avvocato difensore) non ne siano venuti a conoscenza.
Dopo di che se ne potrà pubblicare il contenuto.
Ed è proprio questo punto, la pubblicazione delle intercettazioni, che più ha fatto scalpore: i giornalisti che pubblicheranno stralci delle comunicazioni intercettate rischiano da 6 mesi fino a 3 anni di carcere.
Rischia lo stesso la galera chi, mediante modalità o attività illecita, prende diretta cognizione di atti del procedimento penale coperti da segreto, e, pure, se si rivelano indebitamente notizie inerenti ad atti o a documentazione del procedimento penale coperti dal segreto, dei quali è venuto a conoscenza in ragione del proprio ufficio o servizio svolti in un procedimento penale, o ne agevola in qualsiasi modo la conoscenza. Se il fatto è commesso per colpa, la pena è della reclusione fino a un anno.
Mentre le pene sono aumentate se il fatto concerne comunicazioni di servizio degli 007.
Ammenda, invece, da 500 a 1032 euro per pubblici ufficiali e magistrati che omettono di esercitare il controllo necessario a impedire la indebita cognizione di intercettazioni di conversazioni o comunicazioni telefoniche, di altre forme di telecomunicazione, di immagini mediante riprese visive e della documentazione del traffico della conversazione o comunicazione stessa.



In questo modo, però, si rischia di perdere di vista il fine ultimo delle intercettazioni: poiché se è vero che la loro funzione primaria è quella di fungere da mezzo probatorio nei processi, dall’altra sono necessarie per far conoscere alla totalità dei cittadini le motivazioni che hanno indotto la magistratura ad avviare un procedimento contro un soggetto.
Inoltre il dispiegamento di mezzi per effettuare codeste intercettazioni è sovvenzionato dai contribuenti, dunque è necessario tenere sott’occhio l’utilizzo di questi metodi.
A mio avviso la soluzione ideale sarebbe stata quella di regolamentare le pubblicazioni, facendo in modo che queste attenessero alla sfera giuridica, e non personale, dell’intercettato: insomma se c’è un reato è giusto denunciarlo sulle pagine dei quotidiani, senza però violare l’integrità morale e personale di chi l’ha commesso.

RICCARDO HOCH

mercoledì 31 marzo 2010

REGIONALI 2010: disastro PD!

da "Il Fatto Quotidiano", 31 marzo 2010

Mentre il Pdl di Meno male che silvio c’è perde 8,5 punti in un anno e tocca il minimo storico, la Lega lo asfalta al nord e Fini può rivendicare i successi in Lazio e Calabria con i suoi Polverini e Scopelliti, soltanto il vertice del Pd poteva trasformare la débâcle berlusconiana in una Caporetto del centrosinistra (fra l’altro, scambiata per una vittoria).
Bersani, cioè D’Alema e i suoi boys (almeno quelli rimasti a piede libero), ce l’han messa tutta per perdere le elezioni più facili degli ultimi anni e, alla fine, possono dirsi soddisfatti.

In Piemonte hanno candidato una signora arrogante e altezzosa, bypassando le primarie previste dallo statuto del Pd per evitare di dar lustro al più popolare Chiamparino e riuscendo nell’impresa di consegnare il Piemonte a tale Cota da Novara per solennizzare degnamente il 150° dell’Unità d’Italia.
A Roma, la città del Papa, hanno subìto la candidatura dell’antipapista Bonino per mancanza di meglio (il meglio ce l’avevano, Zingaretti, ma l’hanno nascosto alla Provincia per evitare che, alla tenera età di 45 anni, prendesse troppo piede), poi l’han pure lasciata sola per tutta la campagna elettorale.
In Campania, calpestando un’altra volta lo statuto, hanno sciorinato un signore che ha più processi che capelli in testa perché comunque era "un candidato forte": infatti.
In Calabria han ricicciato un giovin virgulto come Agazio Loiero, che quando ha perso come tutti prevedevano si è pure detto incredulo, quando gli sarebbe bastato guardarsi allo specchio.







Non contenti, questi professionisti del fiasco, questi perditori da Oscar le hanno provate tutte per fumarsi anche la Puglia, candidando un certo Boccia che perderebbe anche contro un paracarro, ma alla fine hanno dovuto arrendersi agli elettori inferociti e concedere le primarie, vinte immancabilmente dal candidato sbagliato, cioè giusto. Hanno inseguito il mitico "centro" dell’Udc, praticamente un centrino da tavola all’uncinetto, perché "guai a perdere il voto moderato".
Infatti gli elettori sono corsi a votare quanto di meno moderato si possa immaginare: oltre a Vendola, i tre partiti che parlano chiaro e si fanno capire, cioè Lega, Cinque Stelle e Di Pietro.
Altri, quasi uno su due, sono rimasti a casa o han votato bianco/nullo, curiosamente poco arrapati dai pigolii del "maggior partito dell’opposizione" e dal suo leader, quello che "vado al Festival di Sanremo per stare con la gente" e "in altre parole, un’altra Italia".
Se, col peggiore governo della storia dell’umanità, l’astensionismo penalizza più l’opposizione che la maggioranza, un motivo ci dovrà pur essere.
L’aveva già individuato Nanni Moretti nel lontano febbraio 2002, quando in piazza Navona urlò davanti al Politburo centrosinistro "con questi dirigenti non vinceremo mai".
Sono gli stessi che sfilano in tutti i salotti televisivi, spiegando che la Lega vince perché "radicata nel territorio" (lo dicono dal 1988, mentre si radicano nelle terrazze romane o si occupano di casi urgentissimi come la morte di Pasolini) e alzando il ditino contro Grillo, che "ci ha fatto perdere" e "non l’avevamo calcolato".
Sono tre anni che Beppe riempie le piazze e li sfida su rifiuti zero, differenziata, no agli inceneritori e ai Tav mortiferi, energie rinnovabili, rete, acqua pubblica, liste pulite, e loro lo trattano da fascista qualunquista giustizialista.
Bastava annettersi qualcuna delle sue battaglie, sganciandosi dal partito Calce&Martello e dando un’occhiata a Obama, e lui nemmeno avrebbe presentato le liste. Bastava candidare gente seria e normale, fuori dal solito lombrosario, come a Venezia dove il professor Orsoni è riuscito addirittura a rimpicciolire Brunetta.
Ma quelli niente, encefalogramma piatto.

Come dice Carlo Cipolla, diversamente dal mascalzone che danneggia gli altri per favorire se stesso, lo stupido danneggia sia gli altri sia se stesso. Ecco, ci siamo capiti. Ce n’è abbastanza per accompagnarli, con le buone o con le cattive, alle loro case (di riposo). Escano con le mani alzate e si arrendano. I loro elettori, ormai eroici ai limiti del martirio, gliene saranno eternamente grati
MARCO TRAVAGLIO