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venerdì 26 febbraio 2010

Ma cosa ci facciamo ancora in Afghanistan?



Ormai la maggior delle notizie che ci giungono dall'inferno bellico dell'Afghanistan sono un bollettino quasi settimanale di attentati e bombe. L'ultimo di questi giorni ha visto come vittima un italiano,Pietro Antonio Colazzo,il numero due dell’Aise, l’Agenzia informazioni e sicurezza esterna, in Afghanistan, in queste settimane di fatto il capo dei nostri servizi segreti nel Paese, perché il responsabile non è a Kabul.Con Colazzo salgono a 22 le vittime italiane in Afghanistan.Ogni volta che muore un nostro concittadino, ma non solo, bisognerebbe domandarsi quali sono le serie e reali motivazioni che ci "costringono" a continuare quella che sta diventando sempre meno una 'missione di pace'. Nel rispondere a questa domanda mi sono fatto aiutare da uno dei tanti articoli di MASSIMO FINI che ha scritto su questo tema. Leggete e meditiamo.
"Impossibile ormai portare democrazia in afghanistan.Si resta per l'unità della NATO"
Gli americani manderanno altri 30mila soldati in Afghanistan. Agli alleati europei ne sono stati richiesti 5.000. L’Italia, "usa a servir tacendo",ne ha promessi 500. Già queste cifre, che vanno sommate agli 80mila uomini attualmente in Afghanistan, dicono che c’è qualcosa che non quadra. Che ci sia bisogno di un esercito di 120-130 mila soldati, armati con i mezzi più sofisticati, per battere quello che dovrebbe essere un manipolo di terroristi non è credibile. E infatti in Afghanistan noi non stiamo facendo la guerra alla mitica Al Quaeda (che secondo il pm Armando Spataro, che da anni si occupa di terrorismo internazionale, non esiste più come organizzazione), stiamo facendo la guerra agli afgani. Nè vi stiamo portando la democrazia, obiettivo cui ormai abbiamo rinunciato da tempo, perché la struttura sociale di quel Paese organizzato in clan tribali secondo divisioni etniche, non permette l’esistenza di una democrazia come la si intende in Occidente. Che la lotta al terrorismo e il "sogno" di esportare la democrazia non siano più gli obiettivi della presenza occidentale in Afghanistan lo ammette anche uno dei commentatori più filo americano, Franco Venturini in un articolo del Corriere. Perché restiamo in Afghanistan lo spiega lo stesso Venturini: gli Stati Uniti, dopo aver commesso l’errore di entrare in quel Paese, non possono uscirne senza aver almeno dato, l’impressione di aver ottenuto qualche risultato, pena "perdere la faccia", i loro alleati non possono perdere il prestigio che riverbera su di loro dell’essere impegnati col Paese più potente del mondo.E così per ragioni di "faccia" e di "prestigio" continuiamo ad ammazzare, a migliaia, e decine di migliaia, uomini, donne, vecchi e bambini, ogni giorno (le notizie sulle morti in Afghanistan vengono pubblicate dai nostri giornali solo quando è coinvolto qualche italiano. Gente che vive a 5000 chilometri di distanza, che non ci ha fatto nulla di male e che mai che ne farebbe se non pretendessimo di stargli sulla testa. Per la verità una ragione seria, anche se sottaciuta, per restare in Afghanistan almeno gli americani che l’hanno. Perché se la Nato perde in Afghanistan si sfalda. Ma quello che è peggio per gli americani sarebbe sicuramente un grave danno, non è detto che non sia invece un vantaggio per europei. La Nato è stata, ed è infatti, lo strumento con cui gli americani tengono da più di mezzo secolo l’Europa in uno stato di sudditanza, militare, politica, economica e alla fine, anche culturale. Forse è venuta l’ora, per l’Europa, di liberarsi dell’ingombrante "amico americano". E l’Afghanistan potrebbe essere l’occasione buona.
Questa la questione afgana vista con i nostri occhi. Ma cerchiamo di vederla anche, per una volta, con quelli afgani. L’occupazione occidentale è stata molto più devastante di quella sovietica. Perché i russi si limitarono ad occupare quel Paese ma non pretesero di cambiarne le strutture sociali, istituzionali, di "conquistare i cuori e le menti" degli afgani. Noi invece, con la tremenda e sanguinaria presunzione delle "buone intenzioni", abbiamo preteso di portarvi la "civiltà". La nostra. Distruggendo quella altrui. Ha detto Ashraf Ghani, il più occidentalizzante dei candidati alle recenti elezioni: "Nel 2001 eravamo poveri, ma avevamo la nostra moralità. I miliardi di dollari che hanno inondato il Paese ci hanno tolto l’integrità, la fiducia l’uno nell’altro". In realtà la sola cosa che siamo riusciti a esportare in Afghanistan è il nostro marciume morale. FONTE: Il GAZZETTINO del 27/11/2009.

martedì 23 febbraio 2010

Sull'IRAN Italia "appecorata"


Riporto un articolo di Massimo Fini pubblicato su 'Il Fatto' utile per non cadere in semplicistiche considerazioni a proposito dell'IRAN.

Sulla questione del nucleare iraniano è Teheran ad avere ragione e la cosiddetta "comunità internazionale" (in realtà sono gli Stati Uniti e Israele a trascinare tutti gli altri) torto. L'Iran ha firmato, a differenza, per esempio, di Israele, che la Bomba ce l'ha (basta attraversare il deserto del Neghev per vedere la sua centrale atomica), ha firmato il Trattato di non proliferazione nucleare. Cosa può e deve chiedergli la "comunità internazionale"?

Di accettare le ispezioni dell'Aiea, l'agenzia Onu per il controllo del nucleare. Cosa che l'Iran ha sempre fatto. Quando, un paio di anni fa, riaprì i suoi siti nucleari fu alla presenza degli ispettori Onu. C'è un via vai continuo fra Vienna, dove ha sede l'Aiea, e Teheran di questi ispettori che c'erano anche tre giorni fa quando gli iraniani hanno inaugurato l'impianto di Natanz.
L'arricchimento dell'uranio è il passaggio necessario per ottenere il nucleare civile ad usi energetici ma anche medici. Per questi usi è sufficiente un arricchimento al 20%, per l'atomica bisogna arrivare al 90%.
Gli ispettori Aiea hanno accertato che, finora, gli iraniani non hanno superato il limite del 20%. E allora? Gli americani sospettano, senza lo straccio di una prova, che vi siano dei siti segreti sfuggiti agli ispettori.



Ma con questa storia del sospetto allora tutti possono essere messi sotto scacco, è una specie di prolungamento della teoria della "guerra preventiva" di George W. Bush. Noi italiani stiamo riaprendo i nostri siti nucleari (se sia giusto o sbagliato non è argomento da affrontare qui) ed è come se una potenza ostile ci intimasse di non farlo perché da lì, in teoria, potremmo arrivare all'atomica.
Gli americani obiettano anche che l'Iran ha il petrolio e quindi non ha bisogno del nucleare.
A parte il fatto che uno Stato avrà ben il diritto di diversificare le sue fonti di energia senza dover chiedere il permesso agli americani, la BP ha calcolato che entro il 2049 il petrolio sarà esaurito. Gli iraniani considerano quindi il nucleare civile un loro diritto indiscutibile e su questo non sono disposti a trattare. Sarebbe già una gran concessione, perché lede la loro sovranità, che accettassero di far arricchire il loro uranio in Russia o in Turchia (bei soggettini anche questi, rispettosi dei "diritti umani").


Dice: Ahmadinejad ha affermato che Israele deve «scomparire dalle mappe geografiche». Affermazioni gravi e inaccettabili, ma sono pur sempre parole. Non sono invece parole i missili atomici israeliani puntati su Teheran e i piani di attacco, anche nucleare, all'Iran di Stati Uniti e Israele svelati dalla stampa americana. E, devo dire, fa una certa impressione vedere Paesi seduti su enormi arsenali atomici (Stati Uniti, Francia, Gran Bretagna) far la voce grossa, e indignarsi, con uno che la Bomba non ce l'ha.
C'è molta prevenzione e "disinformatia" nei confronti dell'Iran. Qualche mese fa gli iraniani misero in orbita un satellite per le comunicazioni, un normalissimo satellite come abbiamo anche noi. Subito la "comunità internazionale" gridò all' "allarme" e alla "provocazione". Idem quando testarono dei missili, missili che abbiamo anche noi. Anche la repressione dell'opposizione, almeno quella dell'11 febbraio, dove, secondo i siti antiregime, la polizia ha sparato in aria, usato spray al peperoncino, catene, manganelli, proiettili di gomma e operato decine di arresti, non mi sembra poi tanto diversa da quanto fece il governo Berlusconi al G8 di Genova.



Infine l'Italia è il primo partner commerciale europeo dell'Iran (retrocesso al secondo posto dopo le imprudenti affermazioni di Berlusconi alla Knesset, perché a nessun premier fa piacere essere paragonato a Hitler, nemmeno a Berlusconi). Certo, non si possono barattare principi contro quattrini. Ma finché l'Iran resta dentro le regole internazionali, ha l'ambasciatore a Roma come noi a Teheran, non è il caso che ci appecoroniamo "in toto" agli interessi degli Stati Uniti. O nemmeno noi abbiamo il diritto di tutelare i nostri interessi nazionali?

Massimo Fini
www.ilribelle.com

sabato 20 febbraio 2010

Un popolo senza nazione: i Mapuche e il Regno di Araucanìa e Patagonia

Nell'anno 1860, in Sudamerica, due neonati stati nazionali, Cile ed Argentina, e un popolo senza nazione, gli indios Mapuche, furono i protagonisti di una vicenda assai singolare.
Cile ed Argentina, usciti dalla dominazione spagnola, dimostrarono di aver presto dimenticato gli ideali che li guidarono alla conquista dell'agognata libertà: si fecero immediatamente affliggere dal vizio europeo di conquista, di eliminazione di etnie per accaparrarsi le loro terre.


Tra i due neonati precoci, avidi di terra e di denaro, un popolo senza appoggi, i Mapuche.
Essi riunirono le loro tribù per proclamare uno stato indipendente, interamente mapuche. Dotati di un'apertura mentale senza paragoni, optarono per un governo monarchico sotto la guida di un europeo, con la finalità di possedere maggior voce nelle dispute internazionali grazie alla guida di un uomo del Vecchio Continente.
Elessero così un avventuriero francese, Orélie-Antoine de Tounens, di professione avvocato, come re della nazione mapuche. Il nuovo sovrano promulgò la costituzione nello stesso 1860 e stabilì i confini del nuovo regno ai danni del Cile e dell’Argentina.

Nel 1862 il re Orélie-Antoine si diresse in Cile per rendere pubblica ed ufficiale la formazione del Regno di Araucanìa e Patagonia, ma fu catturato ed internato in un manicomio dal presidente cileno Manuel Montt. La Francia si impegnò per liberare il suo cittadino che dovette tornare nella madrepatria.

Nel 1869 Orélie tornò tra i Mapuche, ma ormai il Cile aveva incorporato il loro territorio. Tentò più volte di fare passi avanti con la causa mapuche (nel 1874 e nel 1876), ma il sogno di autodeterminazione degli indios era stato infranto definitivamente. Il re Orélie-Antoine morì in Francia nel 1874. I suoi successori, ancora oggi, si impegnano nella difesa dei diritti dei Mapuche.

Il popolo Mapuche vive seguendo norme di convivenza collettiva e mediante un intimo rapporto con la natura. Attualmente i Mapuche sono in lotta, tanto con la repressione dei governi locali quanto con le multinazionali (es. Benetton) che intendono sfrattarli dalle loro terre, per la non cancellazione della loro storia e dei loro principi culturali.

L'esilio della Real Casa non ha messo a tacere la volontà di autodeterminazione di un popolo, tuttavia scoraggiato dagli eventi e dalla comprensione di non poter mai essere una nazione indipendente...